Wine delivery in abbonamento: la rivoluzione di Che Vino!

Periodo di crisi nel mondo wine? Non per tutti, basta avere qualche asso nella manica. L’e-commerce sta salvando gran parte dei settori economici da più di un anno a questa parte, ma dietro l’angolo c’è sempre il rischio di finire nella mischia di tutti quelli che propongono la stessa idea e con lo stesso taglio commerciale. In poche parole, chi si distingue vince.

Tra i nuovi cultori del vino, si è fatta notare una realtà dedita alla ricerca di cantine uniche e speciali: Che Vino!. Secondo i dati dell’Osservatorio Wine Monitor, in Italia la percentuale di vendite retail del vino tramite web, fino al 2019 era solo pari all’1%. Nel 2020 il fatturato di questa fetta di mercato è raddoppiato. Cosa significa? Che in molti hanno capito la strategia vincente e fra questi spiccano le startup che valorizzano i piccoli e medi produttori italiani.

L’innovazione del delivery in abbonamento

Fondatori-che-vino-brindisi-vigna
ph credits Informa Vino

Che Vino! svetta fra i tanti per la sua proposta alternativa, che va al di là della semplice vendita di prodotti, per quanto di qualità possano essere, ma offre un particolare servizio in abbonamento. Un’idea geniale che sta dando i risultati sperati e che sta rendendo orgogliosi Giuseppe Trisciuoglio, Federica Piersimoni e Elio Maria Piersimoni, i fondatori. Si definiscono ricercatori, ormai da molti anni, durante i quali hanno viaggiato per il mondo degustando vini e facendoseli recapitare a casa. Cosa che fanno ancora oggi per scovare nuovi produttori. Tutto il loro concept si basa sulla teoria del meno è meglio. Non ci sono grandi etichette nell’ e-commerce di Che Vino! ci sono solo etichette di piccoli e medi produttori, etichette ricercate, frutto di una selezione personale, etichette di vignaioli attenti al territorio e alla cultura enologica della Regione di appartenenza.

Sono proprio Federica e Giuseppe a sostenere che bere un vino buono e di qualità non significa solamente degustarlo da un calice, ma conoscerne la storia. il loro obiettivo è quello di rendere parte integrante del processo di produzione del vino anche i consumatori finali, senza limitare il loro ruolo a quello del cliente. Un coinvolgimento a 360° che va dalla scoperta di produttori e cantine di nicchia, fino all’abbinamento del vino con i piatti più adeguati, al fine di creare un coinvolgimento emozionale a chiunque si approcci a questo mondo.

Quello che fanno in più rispetto ad un classico e-commerce, è l’effetto sorpresa.

Una Che Box! abbinata ad un piatto al cioccolato
ph credits Fine Dining Lovers

Con l’abbonamento mensile Che Box!, si impegnano a inviare direttamente a casa del degustatore tre bottiglie di un produttore scelte con tanto di scheda informativa per conoscerlo meglio. Nessuno sa cosa ci si possa trovare dentro fino al fatidico momento dell’unboxing, dove la sorpresa sarà assicurata. Che Vino! non si limita a selezionare eccellenti vini di produttori italiani, ma in ogni Che Box! inserisce prodotti sostenibili di aziende del territorio (farine di grani antichi, tessuti etici..). Un alone di mistero aleggerà su ogni Che Box! fino a quando i nostri pionieri del vino a sorpresa sveleranno il produttore incognito dopo aver spedito ogni confezione. Si tratta di un viaggio sensoriale lungo tutta la penisola.

Come avviene la scelta di Che Vino!?

Un trattore in vigna per viticoltura biologica
ph credits Giovanni Samarini

Semplice: prendi un piccolo produttore che produce una quantità limitata di bottiglie all’anno, che utilizza tecniche ecosostenibili e che realizza vini completamente naturali. Ecco che la box è pronta! È un’idea che supera il tradizionale concetto di delivery del vino per integrare anche un’azione informativa, che porti alla conoscenza del produttore, ma anche di tutto quello che si cela dietro alla bottiglia finita. Prodotti italiani per raccontare un’identità e per portare nelle case delle persone una tradizione che possa integrarli e farli sentire partecipi.

Che Vino! non vende vino, ma commercia storie.

Ao Yun, il vino sopra le nuvole

Dal Tibet con furore, arriva anche in Occidente la prestigiosa etichetta asiatica. Ao Yun è l’ultimo nato tra i vini prodotti da Lvmh, la multinazionale parigina proprietaria di oltre settanta marchi del mondo della moda, del vino e degli alberghi di lusso. La holding francese è riuscita a valorizzare prodotti come Cheval Blanc e Dom Perignon, ma forse la strada classica, dopo un po’ stanca. Così ha deciso di creare un nuovo brand, unico e anche raro: il vino delle alte vette del Tibet.

Dalle vette alle tavole

ao-yun-sopra-nuvole
ph Credits: CityLightsNews

Ao Yun cresce tra i 2200 e i 2600 metri d’altezza, dall’unione di Cabernet sauvignon e Cabernet franc. Ci troviamo nella regione dello Yunnan, alle pendici di monti patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO, i Meili Xue Shan. Le caratteristiche climatiche della zona, rendono il territorio simile alla regione francese di Bordeaux, con però la protezione offerta dalle cime che riparano i vigneti dai monsoni e forniscono quella pendenza perfetta per avere la giusta intensità di raggi solari.

Ao Yun significa “volare sopra le nuvole” ed è proprio lì che si produce dal 2013. Ciò implica grosse difficoltà nella produzione di questo vino, che si traduce in prezzi che talvolta vengono definiti folli. Considerando che la cantina dove lavorare le uve è collocata a quattro ore dai vigneti e che i trasporti avvengono a piedi o con l’ausilio di muli, non è difficile immaginarsi una ripercussione sul costo finale. Stiamo parlando di un vino raro, che è riuscito a stupire anche John Stimpfing di Decanter che ha assegnato 94 punti su 100 al blend.

Ao Yun: tra complessità ed equilibrio

ao-yun-vino-calici
ph. Credits bonhommeparis.com

Al naso risulta essere un vino complesso con sentori di cannella, liquirizia e frutti rossi; al palato è equilibrato e raffinato. Piccante, saporito, presenta una fattura pulita, senza nessuna sbavatura. Consigliato è l’abbinamento alle preparazioni a base di carne, perfetto se degustato con dell’agnello. Ao Yun è sicuramente un vino al centro di molti dibattiti, ma ha messo in discussione quella che è la visione globale dei vini cinesi. Un fattore che, invece, non può essere messo in discussione è la tradizione legata a questo prodotto. I contadini locali coltivano queste terre da secoli, modernizzando e adattando le tecniche alla conformità del terreno.

ao-yun-vino-contadini-himalaya
ph. Credits lvmh.it

Un vino secondo antica tradizione

La raccolta e la vinificazione sono dei processi che ancora oggi vengono svolti manualmente, come tramanda la storia del posto. Centoventi famiglie provenienti dall’Himalaya si sono riunite nel nome di Ao Yun. Il progetto del “vino tra le nuvole” è guidato dall’enologo francese Maxence Dulou, che qui riveste il ruolo di responsabile della viticoltura e della vinificazione. Una vera e propria missione quella che ha intrapreso: adattarsi a quelle condizioni territoriali e climatiche non deve essere stata una passeggiata, ma può vantarsi di aver dato vita ad una nuova frontiera della vinificazione.

È una scommessa, sicuramente, ma una di quelle che da soddisfazioni. Vedere svilupparsi un progetto di questo tipo, in un territorio che mai nessuno avrebbe considerato, con questi risultati, non può che essere un successo, anzi, un “volo sopra le nuvole”.

Diesel Farm, il vino “alla moda”

Le origini contadine di Renzo Rosso, imprenditore e geniale fondatore del fortunatissimo marchio Diesel, non si sono mai assopite e il suo legame con la terra ha visto il coronamento nella creazione di Diesel Farm. La tenuta di oltre cento ettari, domina tra i colli di Marostica, in provincia di Vicenza.
Siamo nel 1994 e l’imprenditore decide di intraprendere questa nuova sfida. La storia di Diesel Farm riesce a riflettere l’ingegno di Rosso che dal settore tessile trasla le sue idee in campo vinicolo. Per essere precisi, non si limita solamente all’aspetto enologico, ma è una vera fattoria, con tanto di animali, orti e uliveti annessi: una grande missione per un grande uomo d’affari.

Tra vini e moda: la sfida di Diesel Farm

diesel-farm-vino-bottiglie
ph. Credits dieselfarm.it

La Sartoria del Vino, così la definisce lo stesso Renzo Rosso, che è riuscito a trasformare la sua passione per il vino in un’attività di qualità, senza dimenticare le sue origini. Diesel Farm ha deciso di concentrare e riporre le sue forze in tre etichette, che richiamano la moda: il Nero di Rosso, il Rosso di Rosso e il Bianco di Rosso. Una ‘collezione’ che vede Pinot Nero, Merlot, Cabernet Sauvignon e Chardonnay sfilare in eleganti bottiglie stampate direttamente sul vetro con una numerazione manuale che richiama le antiche bottiglie di Madeira. A completare l’outfit ci pensano gli eleganti accessori come i tappi in sughero da cinque centimetri e la ceralacca posta a mano, bottiglia per bottiglia. Curioso che anche le confezioni siano da cinque bottiglie: un segno distintivo di Renzo Rosso, che porta il suo numero fortunato in ogni sua collezione.

Biodiversità e territorio

diesel-farm-filari-vino
ph. Credits dieselfarm.it

Pratiche innovative unite a un’agronomia tradizionale sono alla base della filosofia di Diesel Farm. L’assenza di sostanze chimiche di sintesi è la soluzione per mantenere inalterata la biodiversità locale, il tutto a favore di pratiche come il sovescio per arricchire il terreno di sostanze nutritive nei cosiddetti “tempi morti” o l’aridocoltura per avere un risparmio idrico.

diesel-farm-vite-terra
ph. Credits dieselfarm.it

Come nella moda, i capi classici reinterpretati sono sempre un must. Renzo Rosso è convinto che il futuro risiederà in un vino leggero, ma dal sapore riconoscibile ed identificabile, senza cadere nelle trappole di contaminazioni esterne. Le scelte green di Diesel Farm sono le fondamenta di quello che è un progetto sostenibile che punta a un biologico di alta qualità. L’influenza del territorio gioca un ruolo decisivo ai fini della produzione di un vino dalla personalità decisa e spiccata. A trecento metri sul livello del mare, i vigneti di Marostica sono interessati da particolari venti che conferiscono caratteristiche uniche al prodotto finale.

La casualità vuole che ci si trovi a 55 chilometri dal mare, 55 dalle montagne e che la farm si estenda su 5 colline: il numero magico, ritorna in ogni aspetto dell’attività.

Ad oggi Diesel Farm è un piccolo ecosistema dove boschi e prati si integrano con animali allo stato brado e aree coltivate. Gli obiettivi però sono grandi, e l’imprenditore punta alla creazione di un Atelier del vino, dove creare vini su misura, cuciti addosso e personalizzati, proprio come fossero abiti. Cosa che, tra l’altro, Renzo Rosso sta già attuando con vendemmie e barricature differenti per ogni singolo cliente. Perché alla fine, fare un vino è come fare un abito sartoriale su misura.

La Viticoltura eroica, quando il vino nasce dal coraggio

Produrre vino è di base un atto eroico, ma certe condizioni lo rendono ancora più epico. Non ha una concezione eroica solo dal lato del produttore, ma anche da quello del vitigno stesso. Queste situazioni estreme sono addirittura candidate a diventare un bene Patrimonio dell’Umanità UNESCO per la loro vocazione. Gli eroi moderni sono considerati coloro che, sacrificando sé stessi, portano avanti uno scopo comune, nel bene di tutti. Coloro che intraprendono quest’avventura sono individui coraggiosi, animati dalla passione e l’amore verso i loro prodotti, la storia e la tradizione. Questa è la viticoltura eroica.

Una viticoltura riconosciuta

Ph. credits trattoriweb.com

Per tutelare questo tipo di viticoltura, il Cervim, Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana, ha ricercato dei criteri per definirla effettivamente Viticoltura Eroica:
– altitudine superiore ai 500 metri s.l.m.;
– pendenza del terreno superiore al 30%;
– colture nelle piccole isole;
– colture su gradoni e terrazze.
Si può definire in linea di massima un vigneto eroico quello che si localizza in aree ardue da gestire per posizione, terreno e clima, e che quindi comportano difficoltà di meccanizzazione e attuazione dei trattamenti.
La viticoltura eroica è un fenomeno mondiale, che si estende dal continente americano, sino a quello asiatico. Una particolare attenzione va posta sull’Italia, dove si riescono a trovare tutte le condizioni possibili. Dalle montagne della Valle d’Aosta, all’isola di Pantelleria, passando per le Cinque Terre.

I vini eroici italiani

ph. credits Dafne

La Lombardia offre uno dei vini eroici più caratteristici d’Italia: lo Sfursat. Siamo in Valtellina, in provincia di Sondrio, dove i terrazzamenti si estendono per migliaia di chilometri, tanto da essere definita la ‘Grande Muraglia dei vigneti’. Lo Sforzato di Valtellina DOCG è il risultato della selezione di uve Nebbiolo, fatte maturare su graticci in luoghi asciutti e aerati, dopo la vendemmia: una “forzatura” quindi alla naturale maturazione dell’uva. L’appassimento dura circa quattro mesi, fino a quando i grappoli perderanno il 40% del loro peso, e conferiranno un sapore più ricco e intenso al prodotto finale.

Spostandoci in Toscana, precisamente all’isola del Giglio, troveremo l’Ansonico. Si tratta di un luogo dove vinificare è complicato, e in passato si è cercato di facilitare il lavoro creando i palmenti, vasche dove si pigiava l’uva direttamente in vigna, per trasportare in cantina solo il mosto e agevolare le operazioni. L’Ansonico è un vino che si beve giovane, non adatto all’invecchiamento e dall’insolito retrogusto sapido.

La viticoltura eroica nel mondo

ph. credits Cantine Cembra

Si deve fare un tuffo nel passato per incontrare la prima cantina scoperta in Armenia, forse addirittura la più antica al mondo. È alle pendici del Monte Ararat che venne scoperta 6100 anni fa. Essendo una zona isolata, non è stata contaminata da agenti esterni, per questo i vitigni di oggi risultano essere identici a quelli del passato. L’Areni è un vino rosso di antica origine armena, caratterizzato da una buccia spessa per proteggersi dalle insolazioni che potrebbero danneggiarlo a 1300 metri, dove cresce. Calici di storia millenaria per un vino che ancora viene conservato in anfore interrate in luoghi aridi e impervi.

In Cile, fu Pablo Neruda a descrivere la viticoltura eroica. Da sempre molto legato alla sua terra, la descrive nelle sue opere come ostile, ma allo stesso tempo accogliente. Ostile perché le coltivazioni ad alta quota non consentono la vita della filossera, l’insetto che decimò i vitigni di Carmenère; accogliente perché ha dato la possibilità di recuperare un vitigno che sarebbe altrimenti scomparso.

Fragili, difficili, ma sicuramente determinati a narrare la storia di un territorio e di persone che hanno creduto in loro e anche in se stessi , questi sono i vini eroici.