Sound Sommelier: in degustazione musica da bere

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Vi è mai capitato di vivere il momento perfetto?
Quando in radio passa una canzone, che sembra essere scritta apposta per il calice di vino che state degustando e allora con gli occhi chiusi iniziate ad ondeggiare e a godere. Avete la sensazione che tutto, intorno a voi sia proprio come doveva essere. Perfetto.

Beh, questa sensazione non è il frutto dell’alcol che inizia a circolare nel vostro organismo, ma è il risultato dell’accostamento tra vino e musica che consente di raggiungere vette alte di piacevolezza e di completezza multisensoriale.

C’è addirittura chi, come Paolo Scarpellini, di questo ne ha fatto un vero e proprio mestiere e noi di Biancovino lo abbiamo intervistato per saperne di più sull’affascinante lavoro del Sound Sommelier.

Quando nasce l’idea

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Ph. credits Douglas Lopez su Unsplash

Mettete una degustazione in una nota casa vinicola californiana, accompagnata da sola musica rock. Mettete la genialità di un appassionato di vino e di musica italiano, che quasi per gioco inizia ad abbinare bottiglie e canzoni. Infine mettete la scoperta di alcuni studi sulle neuroscienze applicate all’ascolto di musica durante l’assaggio di vino e avrete la nascita del Sound Sommelier.

Esatto, perché mentre sorseggiava calici di bollicine, bianchi, rosati e rossi, a suon di rock in terre americane, Scarpellini si è detto “non male questa idea della musica, ma perché non hanno pensato di abbinare un certo genere o una certa canzone a quel determinato vino, e così pure per gli altri?”. Da lì è nata l’idea di perfezionare l’abbinamento accostando ad ogni vino un diverso sound. Così al rientro in Italia, forte dell’entusiasmo di alcuni produttori viticoli appassionati di buona musica, venuti a conoscenza del progetto, inizia a studiare e a sperimentare. Il risultato? La nascita di un nuovo professionista che abbina in modo scientifico la musica al vino.

Chi è e cosa fa il Sound Sommelier

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Ph. credits Brett Jordan su Unsplash

Il Sound Sommelier è un esperto professionista di vino come di musica, convinto che il vino si possa benissimo pensare come musica da bere. E che la musica si possa benissimo immaginare come vino da ascoltare. Nella pratica, il suo lavoro ricalca quello del sommelier tradizionale. Se questo professionista studia il miglior abbinamento possibile tra un  vino e un piatto, il Sound Sommelier ricerca il miglior abbinamento possibile fra una bottiglia e una composizione musicale.

Per l’abbinamento si parte dal vino, o meglio dalle sue caratteristiche naturali, organolettiche e sensoriali, proprio come se si dovesse pensare a un piatto. Come? Conoscendo prima di tutto territorio, tipicità, vitigno/blend, invecchiamento, gradazione alcolica, corpo, acidità, produttore; quindi, procedendo al tradizionale esame visivo, olfattivo e gustativo.  Identificati tutti questi componenti, il Sound Sommelier ricerca nel proprio database sonoro il tipo di musica  a 360°(classica, operistica, jazz, pop, folk, rock, soul, R’n’B, reggae, etnica, elettronica, cantautorale, italiana, straniera ecc.), di ogni epoca o provenienza, vocale o strumentale, senza contare tipicità, anzianità, ritmo, struttura, strumentazione, vocalità o tessitura che si possano accostare nel migliore dei modi al vino prescelto” ci racconta Scarpellini.

Il metodo scientifico

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Ph. credits Rafael Leão su Unsplash

Come avrete inteso l’accostamento sensoriale vino-musica è il frutto di numerosi studi di neuroscienze documentati da ricerche e pubblicazioni scientifiche. Il piacere derivante da questa degustazione musicale pone le basi nel concetto di “sinestesia”, un fenomeno sensoriale/percettivo che indica una “contaminazione” dei sensi nella percezione. In sostanza vino e musica insieme, alla pari di vino e cibo, fanno scattare nel nostro lobo frontale le medesime emozioni di piacere.

Con l’aiuto infatti del senso dell’udito, è possibile esaltare al meglio ogni singola sensazione al naso o in bocca, in modo da creare nel nostro sistema limbico un’immagine sensoriale più viva, ampia e approfondita rispetto alle consuete degustazioni nel silenzio. La musica infatti recluta i medesimi circuiti neurali del piacere connessi con gli stimoli biologicamente rilevanti, in arrivo ad esempio da cibo o vino.

Abbinamento vino-musica: parola del Sound Sommelier

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Ph. credits Paolo Scarpellini

Ammettetelo, avete già aperto Spotify alla ricerca della canzone perfetta da abbinare al vino che stapperete per cena?

Scarpellini, sulla base delle sue esperienze ci suggerisce che “in genere i rossi corposi e invecchiati “suonano” bene insieme a certi pieni orchestrali, i bianchi fermi vengono esaltati da ritmi soft e strumentazioni minimali, i rosati si sposano felicemente con una voce e una chitarra femminile, gli spumanti gradiscono ritmi allegri o ballabili eseguiti da trombe e xilofoni. Scendendo nel particolare, di solito al Cabernet piace il rock, ai Pinot le melodie romantiche, al Riesling i ritornelli allegri e ballabili.

Ma se non volete assolutamente sbagliare ecco un esempio di abbinamento fatto dall’esperto.
Sauvignon Blanc 2013 Cloudy Bay abbinato a Buzzcut Season (Lorde): Neozelandese la giovane cantautrice, idem il Sauvignon Blanc 2013 firmato Cloudy Bay. In apertura, il saltellante ritmo di tastiera fa il paio col giallo paglierino dai riflessi verdognoli del vino. Il sobrio e fresco attacco vocale incita l’inebriamento aromatico di mango, pompelmo e frutto della passione insieme a ginestra e sambuco, poi gli sparuti interventi di batteria aggiungono agrumi e peperone. A seguire, il delicato ritornello e il coretto femminile supportano egregiamente consistenza e acidità del Sauvignon, con la repentina chiusura del brano a regalarci un veloce retrogusto speziato.

Altri abbinamenti come questo potrete trovarli sulla pagina instagram ufficiale di Scarpellini o sulla rubrica che scrive per Civiltà del Bere. Volete maggiori informazioni? Consultate il suo sito internet.

Cheers!

 

Le conseguenze del Covid nel mondo del vino: lo abbiamo chiesto a tre cantine

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La crisi causata dall’emergenza sanitaria ha messo a dura prova le aziende vitivinicole italiane che, con coraggio e perseveranza, hanno dovuto inevitabilmente reinventarsi per cercare di superare questo duro periodo.

Per comprendere al meglio quali siano stati gli effetti della pandemia sul settore vitivinicolo abbiamo intervistato Lefiole, giovane azienda lombarda, Donato D’Angelo storica cantina lucana, e The Vinum, azienda vinicola che produce vino tra Abruzzo, Toscana e Piemonte: tre realtà rappresentative dell’Italia del vino, che ci hanno raccontato la loro esperienza in questo periodo così difficile, aiutandoci a delineare un quadro della situazione attuale.

Conseguenze del Covid sul canale Horeca

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Ph. credits Lefiole

Tra i primi provvedimenti adottati dai Governi per limitare la diffusione del Covid, vi è stata sicuramente la chiusura di ristoranti, bar, enoteche, hotel. Questa misura ha influito pesantemente sulle performances del settore vitivinicolo, soprattutto in Italia, determinando il blocco delle vendite destinate a questo canale. Stelle nascenti come Lefiole, azienda vitivinicola dell’Oltrepò Pavese, che hanno puntato sul canale Horeca sono state molto penalizzate. Per questa azienda nata solo da pochi anni e ancora in fase di crescita e affermazione del brand, le restrizioni imposte dalla situazione emergenziale hanno limitato fortemente il potenziale di crescita.

Conseguenze del Covid su GDO, vendita diretta e e-commerce

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Ph. credits Rifornimenti Lucani

Se il fatturato derivante dal settore della ristorazione è stato quasi nullo, più fortuna hanno avuto le aziende con una maggior diversificazione dei canali distributivi. Grande distribuzione, vendita diretta ed e-commerce hanno registrato infatti una straordinaria accelerazione durante questi mesi, come conseguenza delle misure restrittive messe in atto. I consumatori non hanno smesso di bere, hanno semplicemente cambiato le modalità e i luoghi di acquisto e di consumo. In questo contesto aziende virtuose come Donato D’Angelo sono riuscite a mantenere alte le vendite, subendo solo lievemente gli effetti della pandemia sul fatturato. L’azienda oltre ad essere già presente nella grande distribuzione ha investito sull’online, avviando un e-commerce in collaborazione con altre realtà produttive del territorio vulturese.

Conseguenze del Covid sull’export

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Ph. credits The Vinum

Gli effetti della pandemia sul commercio internazionale di vino sono stati diversi poiché ogni mercato ha reagito con modalità e tempistiche differenti. Nonostante si stimi una perdita in valore di circa il 20%,  per le aziende come The Vinum, fortemente orientate all’export, gli importatori sono stati comunque in grado di garantire buoni volumi d’acquisto, soprattutto da parte di quei paesi europei ed extra europei in cui la situazione epidemiologica è stata più contenuta. Chi come questa intraprendente azienda aveva già conquistato mercati diversi è stata in grado ridurre i rischi compensando con l’estero le perdite del mercato nazionale.

Cosa cambierà nel mondo del vino?

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In un periodo in cui l’incertezza sembra essere l’unica costante, risulta  difficile fare delle previsioni su quello che succederà quando finalmente l’emergenza sarà superata. Ciò che appare però plausibile è che il mondo del vino sarà molto più smart e avrà un approccio omnicanale. La comunicazione è diventata molto più digital e social e gli acquisti online sono diventati ormai parte della quotidianità delle persone. Ma l’arrivo delle belle giornate primaverili porterà con sé anche la voglia di trascorrere del tempo all’aria aperta, e bere un buon calice di vino tra il verde dei vigneti, lontani dal caos delle città.

Le aziende ci fanno sapere che la voglia di ritornare a degustare vino insieme  è tanta e che per l’occasione stanno già lucidando i calici. Il nostro consiglio è quello di segnarvi i loro nomi e di andare a visitare queste bellissime aziende non appena sarà possibile!

Le famiglie del vino: la famiglia Tasca

Otto generazioni di amore e cura per la terra. La Sicilia non è solo la culla del loro vino, ma un’identità forte e orgogliosa che si tramanda di famiglia in famiglia. Una tradizione con radici profonde che, però, guarda al futuro con lungimiranza e freschezza.

Count Lucio Tasca d'Almerita with his sons Alberto and Giuseppe
Il Conte Lucio Tasca d’Almerita con i figli Alberto e Giuseppe a Regaleali – Ph. credits Fam. Tasca


Tutto parte dal 1830, nella contrada Regaleali, quando i fratelli Lucio e Carmelo Mastrogiovanni Tasca acquistarono 1200 ettari e introdussero le più moderne tecnologie agricole nell’entroterra siciliano. La coltivazione di cereali e la produzione di foraggio sono, all’epoca, le attività principali nella zona di Regaleali, dove le vigne occupano soltanto un piccola porzione del terreno lavorato. La tenuta è un incanto, un angolo di paradiso, tanto che nel 1882 Richard Wagner, ospite a Villa Tasca, termina il terzo atto del Parsifal. All’inizio del 1900, alle varietà locali di vitigni Catarratto e Inzolia si aggiungono gli uvaggi Sauternes e nasce Camastra, che vince una lunga serie di riconoscimenti. Nel 1950 a seguito della ridistribuzione della terra per la riforma agricola, la tenuta passa da 1200 ettari a 500. Nel 1960 debutta il bianco Regaleali, un blend di Inzolia, Catarratto e Greganico, che diventerà il fiore all’occhiello dell’azienda.

Tenuta Tasca d’Almerita Regaleali
Tenuta Tasca a Regaleali – Ph. credits Fam. Tasca

Alla tenuta madre, Regaleali, si sono aggiunte negli anni, in un progetto di valorizzazione delle varietà autoctone e dei territori a più alta vocazione vitivinicola, le tenute di Capofaro, a Salina, nell’arcipelago delle Eolie, la Tascante sull’Etna, la storica tenuta Whitaker nell’antica isola Mozia e la tenuta Sallier de La Tour, a Monreale. Ogni area parla una lingua precisa, ha una personalità distinta e racconta sapori tutti diversi. Oggi, la sfida più grande è preservare questi luoghi e lasciarli intatti per le generazioni successive, tramandandone le tecniche di conservazione e salvaguardia di ogni singolo ecosistema.

Il territorio

Ph. credits Fam. Tasca

Accanto ai vigneti crescono alberi di ulivo, campi di grano e mandorli. Negli orti, nei pascoli, nei frutteti, lavorano uomini e donne che sanno cosa significa il rispetto della terra. L’agricoltura praticata si è sempre infatti basata su principi di sostenibilità e rispetto assoluto della terra. Che si concretizza con la scelta di usare le tecniche e le conoscenze disponibili per non arrecare danno al suolo e all’ecosistema, escludendo qualsiasi sostanza chimica o procedura nociva. Addirittura viene adottato SOStain, il protocollo di sostenibilità per la viticoltura, che consente di misurare e di certificare, tramite l’utilizzo di rigorosi indicatori scientifici, il livello di sostenibilità dell’agricoltura.

I vini

Alberto Tasca, tenute Regaleali – Ph. credits Fam. Tasca

Facciamo un excursus emotivo su alcuni dei principali capolavori della famiglia Tasca. Nel 1954 viene piantato il primo degli attuali vigneti di Regaleali, un appezzamento di vitigno di Nero d’Avola coltivato ad alberello. Pochi anni dopo debutta il bianco Regaleali, un blend di Inzolia, Catarratto e Greganico che diventerà il fiore all’occhiello dell’azienda, mentre il 1970 è la prima annata di Regaleali Riserva del Conte. Nel 1979 Lucio Tasca pianta i primi vitigni internazionali nella tenuta, 4 filari per tipo di Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Pinot Noir e Sauvignon Blanc, nel 1988 nasce Cabernet Sauvignon e due anni dopo l’Almerita Brut Contea di Sclafani, frutto di ventiquattro mesi sui lieviti, metodo classico da uve Chardonnay. E con l’aggiunta delle tenute, si aggiungono ai preziosi vini il Nerello Mascalese, il Syrah, la Contessa Franca, il millesimato extrabrut.

L’intervista ad Alberto Tasca

Alberto Tasca – Ph. credits Fam. Tasca

1 – Quale vino in tutti questi anni vi ha dato più soddisfazioni? 

Difficile scegliere: sono molto soddisfatto della nostra produzione. In effetti, quando mai non lo sono stato ho evitato di produrli. Il più sorprendente è però il Nozze d’Oro di tenuta Regaleali per la sua capacità di mantenersi giovane nel tempo. Nel 1984 il Conte Giuseppe Tasca d’Almerita, mio nonno, decise di celebrare i 50 anni di matrimonio con nonna Franca con un vino che raccontasse la storia della famiglia. Questo vino nasce da Inzolia e Sauvignon Tasca ed è un immortale.

2- Una cosa che invidia a un’altra azienda e una cosa che sicuramente le altre aziende invidiano a voi

Un aspetto che amo e apprezzo molto del nostro settore è proprio lo scambio che esiste tra aziende: dalla mia esperienza non esiste invidia, ma stima. Io, poi, sono anche cresciuto con una mentalità sportiva con cui si impara ad apprezzare e riconoscere i meriti degli avversari e a prenderli come stimoli per migliorare. Ammiro tutti produttori agricoli italiani e le eccellenze del Made in Italy tanto quanto poco sopporto le speculazioni e i luoghi comuni.

3- Qual è il brindisi più importante fatto finora nella vostra vita? 

Direi, l’ultimo fatto prima dell’avvento del Covid-19, quando siamo stati informati di avere ottenuto il riconoscimento di Best Winery in Europe, Cantina europea dell’anno, da Wine Enthusiast, la prestigiosa testata americana. Un traguardo mai raggiunto prima da una cantina siciliana, che ci rende orgogliosi. E particolarmente orgoglioso sono della motivazione che Wine Enthusiast ha dato: “L’impegno assunto dalla famiglia Tasca d’Almerita per la viticoltura sostenibile in Sicilia ha avuto un’influenza estremamente positiva sul vino, sull’ambiente e sulle altre cantine anche in tutta Italia, migliorando la qualità e diffondendo il messaggio di sostenibilità”.

4- Qual è il primo ricordo legato al vino?

Sono nato in mezzo ai vigneti, quindi non c’è ricordo che non sia legato al vino. Forse, però, il più significativo è stato il mio primo Vinitaly nel 1993: lì mi resi conto della dimensione del settore del vino italiano e di quanto fosse un ambiente fatto di umanità, dove i rapporti interpersonali rimangono al centro di tutto.

5- Una curiosità o aneddoto che non ha mai raccontato a nessuno, ma solo a noi 

Penso che questo triste e difficile momento che sta attraversando il mondo abbia anche dei lati positivi tra cui il consentirci di ricreare l’ordine delle priorità della vita e rivalutare l’importanza del tempo.

Le famiglie del vino: la famiglia Lunelli

Il mito Ferrari nasce all’inizio del 1900, per Giulio una sorta di illuminismo, che mette al centro del suo mondo la sua grande intuizione: portare lo Chardonnay in Italia. E’ così che il grande patriarca porta in Trentino un vino capace di confrontarsi con i migliori Champagne francesi, capendo prima di chiunque altro la straordinaria vocazione della sua terra. Fin da subito l’accompagna nel suo operato la virtuosa ossessione per la qualità: l’esordio è una piccola produzione di selezionatissime bottiglie. A metà secolo, non avendo avuto figli, Giulio Ferrari cerca un successore a cui affidare il suo sogno.

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Ph. credits fam. Lunelli

Fra i tanti papabili solo uno però è meritevole di tanta stima e fiducia: Bruno Lunelli, titolare di un’enoteca a Trento, che grazie alla passione e a uno spiccato talento imprenditoriale, si rivelerà capace di incrementare la produzione senza mai intaccare la qualità. Bruno Lunelli, che invece di figli ne ha, cede loro il passo, non prima di avergli trasmesso grandi valori e la più sincera passione per il vino. Grazie a un lavoro familiare e d’amore svolto da Franco, Gino e Mauro, Ferrari diventa leader in Italia, introducendo sul mercato etichette destinate a entrare nella storia: sono il Ferrari Rosé, il Ferrari Perlé e il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore.
E il presente continua ad essere famiglia: la terza generazione con Marcello, Matteo, Camilla e Alessandro guida l’azienda secondo criteri di innovazione, ma nel rispetto assoluto della tradizione, tanto da far diventare Ferrari ambasciatore dell’Arte di Vivere Italiana nel mondo. Noi abbiamo avuto il piacere di parlare con Marcello Lunelli, un vero signore delle bollicine all’italiana.

Il territorio e l’uva

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Ph. credits fam. Lunelli

Il vino Ferrari nasce nei vigneti di montagna, nelle zone più vocate del Trentino, e si perfeziona in cantina secondo il disciplinare Trentodoc, cioè esclusivamente con uve trentine coltivate in alta quota secondo i princìpi di un’agricoltura sostenibile di montagna. La montagna del Trentino è la terra ideale per dar vita a uno Chardonnay di grande eleganza e complessità, ma ad aggiungersi alla perfezione della natura c’è la sapiente cura dell’uomo. In questi vigneti di montagna ogni grappolo viene raccolto a mano, mentre agronomi ed enologi verificano tutte le fasi del delicato processo di vinificazione.

A fine estate, quando i grappoli di Chardonnay e Pinot Nero sono maturi, l’uva viene portata in cantina e pressata per dare il via alla prima fermentazione. Dopo la creazione delle cuvée, il vino base è imbottigliato e arricchito di zuccheri e lieviti selezionati e comincia così la fermentazione, cioè quella che dona il perlage. Qui il riposo dura dai 2 ai 10 anni a seconda dell’etichetta, interrotto solo dalla coccola del remuage, cioè il movimento di un ottavo di giro che viene fatta fare al vino giornalmente perché il sedimento possa scivolare verso il tappo ed essere eliminato in sede di sboccatura. L’operazione finisce con la magia firmata Ferrari: l’aggiunta della liqueur d’expédition, la ricetta segreta e impronta stilistica della cantina. Oggi questi luoghi sono il più grande vigneto di Chardonnay in Italia.

Bio, il presente

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Ph. credits fam. Lunelli

Nei vigneti Ferrari, tutti certificati biologici, sono state recuperate alcune pratiche agronomiche tradizionali come il sovescio, che rimette al centro della produzione il concetto di fertilità naturale del terreno. Inoltre, il rispetto dell’ambiente, che si concretizza in più aspetti della produzione, ha portato all’ottenimento della certificazione Biodiversity Friend da parte della Worldwide Biodiversity Association. La qualità dell’uva, la salute del coltivatore e la tutela dell’ambiente sono anche i capisaldi del protocollo “Il vigneto Ferrari – per una viticoltura di montagna sostenibile e salubre”.

Ferrari, uguale a status

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Carolina Kostner Ph. credits Luca Pagliaricci / GMT / www.ferraritrento.com

Non c’è manifestazione sportiva o evento mondano che si rispetti, che non abbia come protagonista l’eleganza Ferrari, ormai divenuta icona di stile e dell’arte di vivere italiano. La sua vocazione ad esserci nei momenti indimenticabili della cultura, dello sport e dello spettacolo è innata. E a dirlo sono anche i premi, già a partire dal 1906, quando le bollicine Ferrari si aggiudicarono la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Milano. Paolo Rossi, Carolina Kostner, Lindsey Caroline Vonn e Jacqueline Wiles, Michela Moioli, Federica Brignone, Arianna Fontana, Paulo Coehlo, Giovanni Rana, Stefano Accorsi, sono solo alcuni dei nomi che hanno scelto di festeggiare e onorare i loro successi professionali e di vita con un brindisi tutto italiano.

L’intervista a Marcello Lunelli

1 – Quale vino in tutti questi anni vi ha dato più soddisfazioni? 

Certamente, il Brut Ferrari, dato che è stata l’etichetta che più di ogni altra ci ha fatto conoscere in Italia e nel mondo. Basti pensare ai numeri: si vendono oltre 3 milioni di bottiglie, un lusso democratico perché si entra nel mondo Ferrari con un prezzo abbordabile e un rapporto incredibile con la sua qualità. Io, in particolare, sono molto affezionato alla Riserva Lunelli, un millesimato Ferrari che per la prima volta porta il nostro nome di famiglia. Botti in rovere, vecchio protocollo di vinificazione e grandi emozioni nel bicchiere.

2- Una cosa che invidia a un’altra azienda e una cosa che sicuramente le altre aziende invidiano a voi

Non c’è invidia vera e propria, ma certamente le aziende che vivono territori rinomati e ben supportati dalla comunicazione sono avvantaggiate. Penso alla Toscana o al Piemonte, bellissime terre vinicole con passati e presenti luminosi. Quelle come la nostra, meno celebri per i vini, necessitano di tanto lavoro per potersi affermare.

Le altre aziende forse ci invidiano tutto il meraviglioso vissuto emotivo che portiamo ad ogni sorso: le bollicine sono il simbolo, da sempre, di gioia, festa, convivialità, celebrazione… sono intimamente legate ai momenti. E poi siamo invidiabili per la nostra fisionomia familiare e territoriale, nonostante la crescita e il successo che Ferrari ha avuto e che continua ad avere.

3- Qual è il brindisi più importante fatto finora nella vostra vita? 

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Ph. credits fam. Lunelli

2 giugno 2011: Ferrari ebbe l’onore di disegnare la bottiglia celebrativa per il 150esimo anno della Repubblica, che consegnammo a Giorgio Napolitano. Non potrò mai dimenticare l’emozione di esserci. E poi, un ricordo più intimo, che ancora mi commuove: quando nacque mia figlia Emma, mio padre stappò un Perlè Rosè, perché lo ritenne un omaggio delicato per la sua nipotina. 

4- Qual è il primo ricordo legato al vino?

Il primo ricordo legato all’uva è al femminile: ero con mia mamma e guidavo il cingolato in mezzo ai filari del maso Pianizza, il maso dalle cui uve otteniamo il Giulio Ferrari Cuvée, un attrezzo senza volante e incredibile da guidare. Ricordo la gioia e il divertimento.

5- Una curiosità o aneddoto che non ha mai raccontato a nessuno, ma solo a noi 

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Ph. credits fam. Lunelli

Era il 1995 e come ogni mattina stavo entrando in azienda. Ma non andò così: mi reclutarono per portare Ferrari alle finali di scii alpino e mi ritrovai sotto il podio, con il mio bel pass, nel bel mezzo della confusione, ma nel secondo perfetto per essere fotografato con Alberto Tomba mentre stappa la bottiglia con l’etichetta Ferrari in bella vista! Finì sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport. Un gran colpo di fortuna, un’incredibile pubblicità per noi, e un ricordo indelebile per me.